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It's Friday I'm (not) in love - Issue #102

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It's Friday I'm (not) in love

12 giugno · Newsletter #102 · Visualizza online

Una rubrica per cuori precari ma non disperati. Forse.


Come sempre schiaccia play e… buona lettura.
Tempo fa un'amica ha chiuso una frequentazione importante di diversi mesi. A complicare la rottura il fatto di non aver ricevuto nessuna apparente motivazione dall'altra parte. Mesi dopo, non appena si è presentata l'occasione di rivederlo, ha chiesto le risposte alle tante domande che erano rimaste in sospeso tra di loro. Inutile entrare nei dettagli, poco interessa. Ciò che conta invece, è cosa ha detto lei al termine della discussione. “You are emotionally unavailable.” Tradotto non sei emotivamente disponibile.
Ora, i tratti di una simile personalità sono diversi e differenti: dal non voler costruire delle relazioni durature, evitare programmi sul lungo periodo, costruire muri con l'altra persona, infine non lasciarsi mai andare oltre un piano superficiale di conoscenza. Se cercherai online gli articoli dedicati a questo tipo di persone troverai liste discretamente lunghe e dettagliate. C'è da dire una cosa, a mio avviso non è detto che anche tu non possa essere stato emotivamente non disponibile in un determinato periodo della tua vita. Sono spesso fasi di transizione, periodi personali in cui a volte ci si finisce dentro anche inconsapevolmente.
Non voglio giustificare la persona con la quale la mia amica è uscita. Ma pensando in questi giorni a queste due parole “emotionally unavailable” non ho potuto fare a meno di notare come possano descrivere, a modo loro, il mio stato d'animo di questi ultimi anni. Non ho assolutamente nulla in comune con i profili descritti sui vari siti di pseudo psicologia online, nessuna delle sterminate caratteristiche elencate. Però credo di essere stata a lungo una persona non disponibile a condividere sul piano emotivo gran parte di sé.
L'ho capito sopratutto sentendo una delle ultime puntate de C'è posta per Casto (da vedere tutta la clip) di Immanuel Casto, artista e cantante, oltre che Presidente del Mensa Italia, che riesce sempre puntualmente a rimettere tantissimi temi sotto la giusta prospettiva.
A un ragazzo che gli scrive lamentandosi del mondo del dating, definendosi stanco e disilluso da tanti primi appuntamenti che non vanno mai oltre, l'artista risponde che ne ha ben motivo, perché uscire e frequentarsi con altre persone è sempre più complesso e sfiancante. Un mondo, quelle delle relazioni, oggi più che mai caratterizzato dalla cultura della ricerca spasmodica e cieca della persona perfetta, del non volersi accontentare mai e quindi del continuare sempre e comunque a cercare, senza mai fermarsi e dare una possibilità a chi abbiamo incrociato e, per il tempo di un paio di uscite, apprezzato.
Ma allo stesso tempo Immanuel Casto spiega come il dating sia necessario, perché uno dei grandi inganni che ci hanno fatto credere è che la persona giusta (che non esiste) arriverà quando meno ce l'aspettiamo. “Secondo la logica il momento del quando meno te lo aspetti è quando smetti di prenderti cura di te stesso, del tuo corpo o del tuo benessere mentale, ad esempio ti chiudi in casa e ti lasci andare, ti chiudi in te stesso. Ok, quello è il momento in cui meno ti aspetti che bussi alla porta il principe azzurro.” Chiaramente si tratta di un inganno retorico. “Non funziona così. Succede invece quando ti apri alla possibilità, soprattutto oggi essendosi così complicato il mondo del dating, devi frequentare realtà offline e online. Anche in base alle tue preferenze e uscire, conoscere gente, metterti in gioco per quanto sia difficile.”
Io non mi metto in gioco da anni. A ben pensarci, forse, in gioco fino in fondo non mi sono mai messa. Ho sempre giocato in difesa, mai in attacco. Troppe ansie: del rifiuto, dell'abbandono, del non essere abbastanza, del non essere la prima scelta. Quelle paura classiche che prima o poi, dicono, tendi a superare. Probabilmente proprio grazie al dating. Ti dai delle chances, ti butti nella mischia, ci provi comunque vada. Malgrado tutto.
Ecco che allora essere non emotivamente disponibili per me assume tutto un altro significato. Sono io in una casa fisica e mentale dove le porte sono chiuse a doppia mandata e le chiavi dimenticate da qualche parte sul tavolo. Solo che lì regna il caos più totale, dove tutte le paure di cui prima appaiono sparpagliate come carte di una mano sbagliata.
Razionalmente sono ben conscia di come sia necessario tornare in contatto con l'altro. Conoscere persone, lanciarsi, anche a costo di prendere un abbaglio dopo l'altro. Razionalmente è così che bisognerebbe fare. Anche a costo di sentirsi stanchi, con il cuore un po’ accartocciato e negli occhi un paio di illusioni infrante una dopo l'altra.
La verità però è che non basta uno o più swipe per uscire da certe gabbie entro le quali ci infiliamo noi volontariamente, e delle quali solo noi conosciamo l'uscita. Anche se non vogliamo ammetterlo, ne tantomeno attraversarla.
Giorni fa ascoltavo un vecchio pezzo degli Jarabe de Palo, Agua, che mi ha riportato col pensiero a una vecchia frequentazione del passato. Ci sono note, frammenti e parole che ritroviamo in qualche tasca dimenticata. Ricordi stropicciati di un tempo effimero. Anche se allora non lo era affatto. Di quei momenti resta solo l'immagine di chi eravamo e di quello che siamo capaci di provare se solo iniziassimo a darci una possibilità. Non agli altri. Ma solo a noi stessi.
Alla fine è sempre e solo una questione di scelte. Che sia essere aperti all'ignoto e alla possibilità di mettersi in gioco, così come essere in questo momento emotionally unavailable. E come in una partita di monopoli, si passa dal via infinite volte e ogni volta ogni giro ha un esito diverso.
Cosa resta quindi alla fine? Una manciata di buone canzoni che ci ricordano cosa può esserci al di là di tante paure che conserviamo, forse per avere qualcosa a cui continuare ad aggrapparci. E le nostre playlist personali che si ripetono in loop.
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Curato con passione da Alessia Carlozzo con Revue.