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It's Friday I'm (not) in love - Issue #106

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It's Friday I'm (not) in love

24 luglio · Newsletter #106 · Visualizza online

Una rubrica per cuori precari ma non disperati. Forse.


Come sempre schiaccia play e… buona lettura.
Uno stop non voluto di due settimane (prima problemi tecnici IT e poi un viaggio al nord) ma siamo di nuovo qui. Grazie per la tua pazienza!
Mi serviva incontrarlo, perché grazie a lui ho capito delle cose di me, quindi va bene così.” Chi mi ha detto ciò in una serata passata non è solo una delle mie più care amiche, quanto una di quelle persone per le quali non puoi non provare una sincera stima. Ed è quello che ho provato in quel momento quando, con un misto di accettazione e spirito zen, mi raccontava del percorso concluso con un ragazzo che le aveva fatto riscoprire sensazioni perse da tempo.
La capacità di chiudere un cerchio non è da tutti. Spesso volontariamente ci infiliamo in situazioni discutibili, quantomeno per il nostro equilibrio interiore, girovaghiamo senza fermarci in cerca di un'uscita che fatica a palesarsi. E quando alla fine riusciamo a trovarla, s'innesca quel meccanismo per il quale non riusciamo mai davvero a tirarci dietro di noi la porta. Resta socchiusa quel poco che basta a permetterci di rivedere non tanto la persona lasciata indietro, quanto quello che siamo stati in quel momento insieme a lei.
Forse chiudere un cerchio ci spaventa perché significa scendere a patti con quel senso di fallimento che sentiamo ogni qual volta che una relazione, di qualunque natura, termina. Nel migliore dei casi la porta rimane aperta quel tanto che basta per lasciar trapelare solo uno spiraglio di quel che non è andato. Dei ricordi rimasti incastrati. Dell'ennesima volta in cui tu ci hai creduto nuovamente. Come la prima volta.
Ricordo sempre sorridendo una frase che mi disse un collega dieci anni fa (potere di Facebook) commentando chissà cosa:
“Le parole che non ti ho mai detto, di una vita che abbiamo vissuto, in uno spazio che con te ho condiviso: "Quando esci, chiudi la porta e non sbattere”.
Forse basterebbe davvero fare così per evitare continui rimandi con la mente al passato, per smettere di credere ingenuamente che ogni eventuale ritorno possa significare solo una cosa: restare.
Non si tratta solo di un meccanismo di sopravvivenza, quanto soprattutto di un atto necessario per aprirsi e prepararsi alla prossima tappa, a una prossima persona. Semplicemente è anche un gesto per amarsi di più.
In realtà a volte chiudere il cerchio non vuole dire lasciarsi dietro il fantasma di qualcuno o di una situazione che ormai non ci riguarda più. Significa anche e soprattutto aver imparato una lezione, aver accettato un dolore, essere riusciti ad andare avanti. Significa crescere.
A Berlino una settimana fa ho rivisto i Coldplay dopo 13 anni. La prima volta eravamo in tre, oggi siamo rimasti in due. Io e il mio migliore amico insieme a chiudere un cerchio. In una sera più calda che mai nel mezzo dell'Olympiastadion Chris Martin ha cantato con la solita velata malinconia “Lights will guide you home | And ignite your bones |And I will try to fix you”. E lì in mezzo a 70mila persone ho pensato a quanta strada fatta e quanta ne verrà, con la certezza che dopo una fase di chiusura e di riparazione dei propri pezzi rotti c'è sempre una canzone nuova pronta per essere urlata a squarciagola.
E spesso c'è qualcuno lì affianco pronto a cantarla insieme. E a chiudere quella porta per te.
#ItsFridayImNotInLove

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Curato con passione da Alessia Carlozzo con Revue.