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It's Friday I'm (not) in love - Issue #94

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It's Friday I'm (not) in love

25 marzo · Newsletter #94 · Visualizza online

Una rubrica per cuori precari ma non disperati. Forse.


Come sempre schiaccia play e… buona lettura.
Ero molto carica per questa settimana. L'aver rivisto la scorsa domenica l'annuale fioritura delle magnolie, appuntamento che determina l'inizio della mia primavera a Milano, mi aveva scatenato un paio di riflessioni. Eppure si sa le cose cambiano rapidamente e quando meno te l'aspetti il 21 marzo non festeggi l'arrivo della stagione più accogliente, bensì ti ritrovi a tossire senza sosta fino a lacrimare e ad avere spasmi continui.
Il mio lunedì è iniziato così: 39 di febbre, mal di gola, mal di stomaco e dolori ossei. Ho avuto un solo pensiero: alla fine me lo sono preso anch'io. Il mio medico di base ha solo una richiesta “Si faccia un tampone” e così, letteralmente strisciando per strada, riesco ad arrivare ad una farmacia per fare il tutto. Risultato negativo. Impossibile mi ripeto e tento inutilmente di fare polemica con la farmacista abbracciando il plexiglass che ci separa per non svenire per terra. Lei al contrario tutta felice mi spiega che il figlio ha avuto la mia stessa influenza, che sta girando e che è particolarmente aggressiva. Particolarmente. “Mi raccomando, prenda Tachipirina 1000” “Veramente ho solo 500 va bene?” “Beh lei lo sa che se ne prende due diventa mille?
Ci scambiamo uno sguardo d'intesa, sappiamo esattamente cosa stiamo canticchiando in testa in quei pochi secondi e rido. O almeno ci provo. Lo spirito di Latina aleggia su di noi.
Eppure neanche il potere del paracetamolo e dell'indie italiano riescono a migliorare la situazione. Il medico mi da’ tre giorni di malattia e di continuare ad inghiottire tachipirine.
Sarà un proclama molto poco indipendentista ma è in questi momenti che ti rendi conto quanto faccia schifo alcune volte vivere da soli. Perché come la spieghi altrimenti quella sensazione che ti attanaglia la notte, quando in preda ai deliri della febbre alta, senza la forza di alzarti dal letto, l'unica cosa che riesci a dire piangendo è il nome di tua mamma? E quando negli unici sprazzi di lucidità capisci che non apparirà dal nulla con uno straccio gelato per la fronte, ti chiedi allora se non sia il caso di chiamare la guardia medica (mai fatto in vita mia) o direttamente un ospedale qualunque. Chiunque, basta che non ti lasci lì sola.
È facile poter dire di essere circondati da tante persone, per me è sempre stato così, più difficile è pensare ad un nome, solo uno, di qualunque disposto alle 3 di notte a venire a casa tua per prendersi cura di te. Uno che non sia uno dei tuoi genitori, se hai la fortuna che vivano nella tua stessa città, o la persona al tuo fianco (qui non pervenuta come ormai ben saprai).
Insomma, tutto questo solo per sottolineare un aspetto molto poco cool, che la grande narrativa voluta dal single positivity movement sul mito della single fatta e finita che si gode la città, la sua casa, il suo living (cit.) non racconta. Come si potrebbe del resto ammettere che siamo tutti così paurosi e spaventati di restar soli, non appena avvertiamo di star perdendo il controllo sulla nostra mente e sul nostro corpo? Senza contare il fatto che regrediamo a un goblin mode tale da far fuggire chiunque, e chissà forse è anche per questo che chi vive solo ha difficoltà a chiedere aiuto.
O più banalmente, come nel mio caso, ha proprio difficoltà a chiederlo per non essere un peso, perché teme un rifiuto o perché crede che nella lista di priorità dell'amico più prossimo non ci sia spazio per questo. Del resto la febbre passerà.
Lo credevo anch'io fino a mercoledì. Tre giorni con febbre oltre 39° che non accenna a scendere, la gola in fiamme, pochissimo sonno tranquillo. Così nel pomeriggio faccio l'unica scelta possibile e decido di andare in pronto soccorso. E ci vado accompagnata dal mio vicino di casa perché si, quest'anno è quello in cui sto cercando di uscire dalla mia comfort zone, anche quando questo significa solo chiedere a una persona di aiutarmi a fare un tragitto di pochi passi.
Ai tempi del Covid la sala di accettazione è diventata ancora di più simbolo di un non-luogo dove convivono per un tempo imprecisato decine di solitudini come la tua e la mia. Questo perché con te non può restare nessuno per protocollo interno. Così inizia alle 17.00 il mio viaggio in solitaria verso la meta più ambita: la stanza del medico di turno.
E sei solo tu e l'attesa, in un luogo dalle pareti verde menta per tranquillizzarti, colore che si scontra con gli annunci dei codici rosso che risuonano dagli altoparlanti. Quando ne scatta uno, squarcia il silenzio della sale e sussultiamo sempre un po’ tutti, ci scambiamo un'occhiata di tristezza e conforto allo stesso tempo. Siamo qui per i motivi più svariati, ma siamo presenti e respiriamo un po’ più forte di prima quasi come per ricordarcelo.
Io in verità passo le prime 5 ore in preda ai deliri della febbre, la testa reclinata contro il muro e 6 bustine di ghiaccio medicinale sui polsi per abbassare la febbre. Un infermiere mi porge un intruglio che sa di caffè e tiramisù, è l'unica nota dolce di tutta la giornata. Mi riprendono sporadicamente quelle scariche tremende di tosse secca, così forti che piango vergognosamente di fronte a tutti, quasi non respiro e che per la vergogna cerco di nascondere ad un'intera sala correndo verso la zona esterna.
Mi segue una donna, avrà si e no la mia età, ha un figlio di 13 anni, è per lui che si trova lì. Ho sentito la sua accettazione, roba di litigate fuori scuola, un braccio andato. “Questo non dovevi farmelo” gli ripete dopo aver preso il loro numero, “Siediti lì e stammi lontano”. L'avevo trovata eccessiva lì per lì come reazione, ma si sa siamo tutti ottimi pedagogisti quando non abbiamo figli.
Lei invece con una dolcezza rara mi segue fuori e corre a prendermi dell'acqua, mi chiede come sto mantenendo una pudicizia oggi piuttosto rara. E poi mi racconta di lei, che non sa se abbracciare o sgridare il figlio, che sono lì perché all'uscita della scuola qualcuno ha fatto battute e insultato il papà venuto a mancare qualche anno prima, che lui non è un ragazzo violento ma non sa perché ha reagito con un pugno e ora non sa neanche cosa fare.
Quella regola per quale tendiamo ad essere più sinceri con gli estranei vale ad entrambi i livelli, così mi sono accasciata contro il muro e le ho detto le prime parole che ho pensato e alle quali credevo. Che suo figlio in quella sala d'aspetto aveva bisogno di lei, che a volte quando il dolore ci assale ci trasforma se non sappiamo gestirlo ed è lei che probabilmente dovrà aiutarlo a capire come evitare che quel vuoto lo divori da dentro.
Le avrei voluto anche dire che in fondo quel pugno forse quel bullo se lo è meritato, io che sono per la non violenza, però me lo sono tenuto per me. Sempre per la regola aurea che a fare i pedagogisti presso noi stessi con dei genitori non è sinonimo di grande intelligenza. Però l'ho salutata dicendole che io avrei pagato in quel momento per avere mia mamma lì con me, invece le avevo mandato poco prima un whatsapp mentendo a lei e mio papà, dicendo che stavo bene, che andava tutto bene. “Era per non farli preoccupare” mi ha risposto questa volta lei, sorridendomi in quel modo unico che appartiene solo una madre, perché dietro c'è veramente un mondo insondabile. Mi ha dato una carezza sui pochi centimetri di guancia lasciati liberi dalla mascherina, anche lì era quella tipica di un amore antico che in parte crescendo dimentichiamo e non sentiamo più.
Che poi in tempi di Covid, in un pronto soccorso, chi potrebbe mai fare un gesto del genere verso un'emerita sconosciuta? Tornerà al fianco del figlio e dopo diverse ore finalmente riusciranno ad andarsene. La prognosi? Frattura scomposta al braccio destro.
Intanto solo le 22.15 e qualcosa succede. Un paio di persone fanno il tifo per me perché hanno praticamente assistito al mio delirio febbrile per cinque ore filate e ormai pregano più che chiamino me che non loro. Erano due stranieri per la cronaca, non che questo dettaglio sia importante, ma dimostra come l'empatia sia uno dei pochi linguaggi universali. Non conosciuto spesso da una buona fetta dell'italianissima terza età presente in sala d'aspetto che non vedeva l'ora di saltarmi addosso e passarmi davanti. Ma questa è un'altra storia.
Dopo poco più di 5 ore d'attesa varco quella porta dietro la quale, penso non ci sia troppo bisogno di descriverlo, si nasconde una dimensione parallela fatta di urla disperate e profondi silenzi e nel mezzo qualche battuta di medici e infermieri per cercare probabilmente di sopravvivere in mezzo ad una simile carica emotiva. L'infermiere che mi segue per la lastra ai polmoni ad esempio mi chiama “gioia” e lo fa in un modo assolutamente privo di qualunque doppio fine (che poi ero/sono un cesso, siamo realistici, con un completo tuta verde mentos e capelli sporchi legati a cipolla neanche una comparsa di Grey’s Anatomy, pur per esigenze di copione, avrebbe provato ad avere un approccio con la me paziente). No, lui quel gioia lo ripete in modo dolce e zen, per tranquillizzarmi. E sicuramente lo avrà ripetuto anche al signore anziano ora in attesa su di un lettino e a molti altri che hanno varcato la stessa porta e che hanno bisogno esattamente di questo. Di conforto.
C'è da dire poi che nella vita con il giusto approccio si può, più o meno, plasmare qualunque luogo in cui ci si ferma in attesa. Capita così che quando mi spediscono in un angolo e mi attaccano le 5 flebo che devo fare (ero giusto un po’ disidratata) mi ritrovo a creare una sorta di club del viaggiatore, manco fossi al bar del Touring Club, a parlare con due signori anche loro impegnati nella mia stessa attività.
Il primo metà italiano metà della Guyana Francese che per indovinare il suo secondo Paese ho elencato a memoria tre quarti di un atlante (ammetto la sconfitta). Mentre mi racconta la sua storia, mi fa molta tenerezza quando mi dice che è cattolico, lo ripete per ben tre volte. Forse un gesto di difesa inconscio per paura di essere associato a degli stereotipi verso altre nazionalità e religioni che ancora faticano a scomparire. Che poi lui in Guyana Francese, mi dice, non c'è neanche mai stato. “Però so com'è, me la raccontavano sempre mio nonno e mio papà, sai entrambi hanno fatto il servizio militare in Francia”. Il tutto detto in perfetto dialetto lombardo. Anche perché, in effetti, la prima cosa che mi risponde quando gli chiedo di dove sia è proprio quella: “Mi sun lumbard”. Il tutto con un bel sorriso, che posso percepire da sotto la mascherina, e un po’ di orgoglio. “Però si sono mulatto.” Fa la guardia in un centro commerciale, ama il suo lavoro perché è da sempre un “uomo di campo” e che dopo alcuni anni nel servizio militare ha fatto quello ed è contento, anche se spiega che avere a che fare con persone arroganti e spesso incontrollabili non è sempre facile. Altre volte invece è difficile per altri motivi: “Stanno aumentando i furti nei supermercati, spesso quando fermi queste persone l'unica cosa che ti sanno dire è che non arrivano a fine mese, e allora cosa fai? Paghi per loro e li lasci andare”. Si fa un paio di selfie con l'ago e la flebo, dice che sono per la famiglia, è lì dalle 15.00 ed erano preoccupati, così almeno si tranquillizzano. La prognosi? Affaticamento da stress e lavoro.
Dall'altro lato invece c'è un signore anziano molto distinto che subito io e l'altro ribattezziamo “il Professore”. Cura mostre d'arte in Italia e ogni tanto anche fuori, ama anche lui il suo lavoro e lo fa da più di una decina d'anni. Prima forse era un professore per davvero. Parliamo di Russia e Ucraina, del conflitto, della cultura russa ricchissima, di come i giovani lì vivano in una bolla (dico io), di come non abbiano mai conosciuto una vera democrazia “Sono passati dagli Zar a Stalin a Putin” (dice lui). Mi racconta del conflitto in ex Jugoslavia, lui è albanese ma conosce bene quella “mentalità russa” avendo non troppo lontana la Serbia. Gli chiedo se gli manca il suo Paese. “Sempre” mi risponde, “Ma qui in Italia ho vissuto i miei anni più belli”. E poi parliamo di arte, della coppia inglese che voleva comprarsi una statua per il giardino e si ritrova un Canova originale, di come vada anche lui sempre in giro per mercatini (quelli seri dell'antiquariato) ma di come certi colpi di fortuna capitino davvero una volta ogni cento anni. Gli dico che a me basterebbe una tela microscopica, il necessario per comprarmi una casa a Milano, ride e mi dà un semplice consiglio: “Signorina cerchi allora di andare la mattina quasi all'alba quando scaricano, a quell'ora troverà solo i veri intenditori e i sognatori come lei”. La prognosi? Pancreatite, ricovero immediato.
Sono le 3.45, io intanto ho finito tutte le visite e gli esami. La dottoressa fresca e gentile come pochissime persone io abbia mai incontrato, mi spiega la situazione, mi stampa le ricette, il certificato per la malattia, parliamo del quartiere lì intorno dove abito, scherza della tecnologia che non funziona quando deve. Tipo la sua stampante. La prognosi? Principio di faringite/tracheite, cura di 7 giorni e riposo vocale. Non devo parlare per nessun motivo.
Quando mi congeda mi ferma e mi chiede se penso di prendere un taxi per tornare a casa. Le dico che sono tre minuti netti di orologio, andrò a piedi al volo, nei limiti delle forze. “Vada sempre dritto, anche con lo sguardo, non si fermi mai, mi raccomando.” Anche qui sembrano le parole di una madre, di un'amica, di una compagna. Totalmente inaspettate e così sincere che avrei voluto abbracciarla.
Mi chiudo nel piumino, sono le 4.00, mi butto per strada. Manca poco ormai, mi rimane solo il solito incrocio.
Semaforo rosso, inspiro profondamente. Semaforo verde, espiro tutto il peso di questi tre giorni, di queste 11 ore. Riparto, si torna a casa.
#ItsFridayImNotInLove
PS. in genere non sento mai l'esigenza di scrivere una nota finale, non credo serva, ma in questo caso si. So che ogni venerdì forse ti aspetti riflessioni e storie mirabolanti sull'essere single, su cosa vuol dire navigare in questo mare di precariato sentimentale, sull'avere trent'anni oggi. Mi spiace se dopo questa lettura ti starai chiedendo il senso di quanto scritto ma sappi che credo fortemente che ogni nostro incontro o situazione in qualche modo incida sempre su di noi. Questi giorni mi sono sentita spesso sola, sarà stata la febbre? Forse, non lo so. Mi sarei sentita diversamente, più tranquilla con un partner al mio fianco la notte mentre deliravo? Non lo so. Quando dico che la vita nel “noi” è in parte più affrontabile è perché certi pesi emotivi si vanno a distribuire, a dividere, a sopportare in due. Però ti dico che se ho scritto di questa notte al pronto soccorso non è per raccontarti del mio stato di salute, che conta poco, ma perché il non essere in love non significa che non si possano incontrare sempre e comunque intorno a noi persone capaci di trasmetterci piccole emozioni. E sono quelle che sanno trasformare spesso una vita o anche solo una notte difficile. E se sei arrivato a leggere fin qui, in ogni caso, grazie di cuore.

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Dalla rubrica settimanale del New York Times “Modern Love” (da cui è tratta la serie disponibile su Amazon Prime)
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#ItsFridayImNotInLove
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Curato con passione da Alessia Carlozzo con Revue.