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It's Friday I'm (not) in love - Issue #95

Revue
 
 

It's Friday I'm (not) in love

3 aprile · Newsletter #95 · Visualizza online

Una rubrica per cuori precari ma non disperati. Forse.


Come sempre schiaccia play e… buona lettura.
Sarò onesta: tre quarti dei post e degli articoli usciti sull'affaire Will Smith, episodio protagonista indiscusso di questa settimana, non li ho molto compresi. Le tante femministe di Instagram (ma non solo) si sono unite sotto le urla di patriarcato imperante, mascolinità tossica e soprattutto di gesto che ha totalmente eclissato e relegato in secondo piano la moglie Jada Pinkett Smith, vittima dimenticata di tutta quest'annosa faccenda.
Insomma lo schiaffo in mondovisione ha regalato materiale a sufficienza per tantissimi post acchiappalike, riflessioni più o meno profonde sui tanti temi toccati e un po’ di sana indignazione da tastiera.
È stato l'ennesimo esempio di come oggi qualunque occasione sia buona per appuntarsi la medaglia di attivisti social sul petto e di come, malgrado la supposta fluidità della società in cui viviamo, in realtà ogni argomento risulti essere ancora fortemente polarizzato e facilmente soggetto ad etichette.
Io in tutto ciò mi sono sentita semplicemente molto sbagliata. In verità mi sento sempre così quando un qualche tema sociale diventa particolarmente virale e mi accorgo non sempre di “allineata” al pensiero comune. Un turbine di riflessioni in cui per lo schiaffo dato da Will Smith non c'è stato più molto posto e nelle quali è rimasta ad echeggiare nella mia mente solo una domanda: “Sono davvero una (brava) femminista?
I social a mio avviso non hanno solo acuito debolezze personali, ma ci stanno obbligando costantemente a riflettere anche su tutto il nostro bagaglio ideologico e a metterlo costantemente in discussione.
Come spiegare altrimenti il mio imbarazzo nel ritrovarmi a non percepire Jada Pinkett Smith come una povera vittima del patriarcato o della mascolinità tossica e a considerare la brutta faccenda anche da un altro punto di vista? Domenica notte in diretta non ho visto una donna dimenticata e messa in un angolo, manco fosse Baby, quanto una donna insofferente a una battuta (di cattivo gusto o meno questo non sta a me dirlo) e che forse, sottolineo forse, non ha apprezzato le risate del marito. Si, Will Smith è stato ripreso in tv mentre rideva alla battuta di Chris Rock.
Cosa è accaduto dopo? Le telecamere non ce lo dicono ma forse, sottolineo forse, chissà che Jada Pinkett Smith non si sia girata verso il marito, e lanciandogli uno sguardo di fuoco non gli abbia detto in quel linguaggio tipico delle coppie qualcosa del tipo: “Non c'è proprio niente da ridere, poi vedi dopo.” Chissà, è un mio volo pindarico, ma per passare dal ridere a una battuta al tirare uno schiaffo qualcosa in quei pochi secondi sarà pur successo. (Qui la teoria è sostenuta anche da Guia Soncini su Linkiesta e onestamente mi sono sentita meno sola).
Il discorso in ogni caso non è se Jada Pinkett Smith abbia effettivamente fulminato con lo sguardo il marito o meno. Il punto è perché sia stato inconcepibile ipotizzare da parte di tanti social attivisti che forse, sottolineo forse, proprio lei in quel momento sperava in un supporto (chiaro non un gesto violento) da parte del marito. E non perché non potesse contro ribattere da sola e a tono a quella battuta, ma perché a volte è così che funziona in una relazione. Ci si sostiene.
Ho letto arringhe di insta femministe che hanno condannato Will Smith reo anche di aver privato la moglie della sua possibilità di rispondere a quella battuta. Che il suo schiaffo è stato, per l'appunto, l'ennesimo segno di un patriarcato che non permette alla donna neanche di potersi difendere da sola. “Non ha lasciato alla moglie la possibilità di salire lei su quel palco” ho letto.
E qui torno alle mie riflessioni, con io che mi sento spesso così inadeguata a definirmi femminista perché l'unica cosa che ho pensato è che forse, sottolineo forse, se sei in coppia o più semplicemente se a una persona a cui vuoi bene viene fatta una battuta che non gradisce, supportarla (non entro ora nel merito della modalità scelta) è un gesto che ti viene spontaneo.
E che forse si può essere donne forti, indipendenti, femministe (credo Jada Pinkett Smith sia tutto questo, o quantomeno lo si intuisce vedendo qualche puntata del suo programma Red Table Talk su Facebook) ma si può allo stesso tempo desiderare che la persona al tuo fianco ti sappia supportare (non uso volontariamente il verbo difendere) quando richiesto e vice versa. E questo non ti rende meno “fedele alla linea”, meno femminista, meno attenta a certi temi.
Una delle poche cose sensate su tutta questa pessima storia per me l'ha scritta Francesca Cavallo, autrice della serie Storie della buonanotte per bambine ribelli, una che negli Stati Uniti ci ha vissuto e conosce il clima culturale dello show biz d'oltreoceano. E che in un suo post su Instagram ha sottolineato come Will Smith abbia perso un'occasione per mostrarsi vulnerabile. “In un atto di autosabotaggio che passerà alla storia, Will Smith ha smesso di fingere che tutto fosse a posto, e l'ho trovato incredibile. Vorrei che non avesse scelto la violenza. Se - invece di lasciare che il trauma passato controllasse il suo comportamento - fosse stato presente a se stesso, se fosse salito su quel palco o si fosse alzato e avesse detto "hai fatto male a mia moglie. Lei lotta con questo e tu lo sai. Non è bello, amico”, avrebbe potuto essere un eroe. Sarebbe stato un eroe perché avrebbe mostrato vulnerabilità.“
Il vero tema quindi non è invocare il patriarcato ecc. ecc. Qui l'unico problema sul quale dover giustamente discutere è il gesto scelto, lo sfogo violento, l'incapacità di far convergere il desiderio di sostenere la persona amata in un atto manifesto di voluta fragilità. Concludo con un'ovvietà, ma visti i tempi meglio esplicitarla. La violenza non è mai la risposta corretta, men che meno il mezzo da adottare, ma non credo serva che lo ribadisca in una semplice e frivola newsletter.
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Curato con passione da Alessia Carlozzo con Revue.