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It's Friday I'm (not) in love - Issue #97

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It's Friday I'm (not) in love

17 aprile · Newsletter #97 · Visualizza online

Una rubrica per cuori precari ma non disperati. Forse.


Come sempre schiaccia play e… buona lettura.
A cena giorni fa un caro amico si è lanciato in un'appassionata filippica su come sia di fatto colpa di questa società se le relazioni sono sempre più fugaci e relegate ai margini delle nostre vite. “In stazione oggi ho sentito per caso una ragazza parlare al telefono dire di come al momento non ha minimamente tempo per una relazione tra il lavoro e la sua vita sociale, mi ha fatto riflettere dieci buoni minuti” mi ha detto.
A suo dire è abbastanza paradossale affermare con assoluta certezza di non avere tempo per un rapporto, come se questo dovesse in qualche modo essere calendarizzato in una sorta di agenda settimanale. “Come siamo arrivati a pensare che sia meglio non avere alcuna relazione perché sommersi da altro?
È chiaro che non esiste una risposta univoca a una simile domanda e io per prima è una scusa che mi sono data in diversi momenti degli ultimi anni. Forse perché di fatto una relazione è un impegno costante da portare avanti e di cui avere cura, e noi siamo semplicemente diventati molto pigri.
Senza contare che oggi la pressione sociale ci ha reso di fatto tutti focalizzati sulla nostra job title di LinkedIn, con l'obiettivo di dimostrare (a chi non è ancora ben chiaro) il nostro valore. Un valore che si acquista (?) sul campo con abnegazione e massima concentrazione e che quindi richiede qualche sacrificio lungo il cammino. O così ingenuamente crediamo.
Spesso c'è una tale abbondanza di opportunità, data dalle app di dating, che ormai anche la semplice frequentazione si consuma il tempo necessario per sentirsi già annoiati e desiderosi di altro, ingabbiati in una sorta di ciclo perenne senza fine.
O più semplicemente siamo talmente focalizzati su noi stessi, da credere che ci si possa bastare. E nel mentre si naviga superficialmente tra incontri e frequentazioni fugaci senza alcun tipo di investimento emotivo.
È abbastanza ironico, peraltro, che oggi come non mai ci sia una sorta di dualità nella società che ci vuole da un lato proattivi e disinibiti abbastanza da accettare che ci si possa incontrare e lasciare il tempo di uno swipe, e dall'altro lato rimanere ancora così profondamente critici nei confronti di chi non ha ancora completato tutti gli standard ritenuti socialmente fondamentali. Un occhio giudicante con il quale ci osserviamo spesso per primi, al quale finiamo per credere sentendoci irrimediabilmente come con dei pezzi mancanti.
Oggi andrò a un pranzo di Pasqua a casa di un caro amico. Saranno tutte coppie tranne me praticamente. Quando tempo fa via WhatsApp mi aveva invitato a festeggiare con loro, avevo fatto una battuta su come sarei stata circondata solo da coppie. Mi ha risposto “Si chiama crescere” con una fila di emoji di risate.
Lì per lì ho riso anch'io, lo ammetto. Solo che poi ripensandoci mi sono fatta il solito esame di coscienza e chiesto se non fossi effettivamente bloccata in un limbo adolescenziale per il solo fatto di non avere una parvenza di partner con cui andare a un pranzo di Pasqua. Non in Australia, ma a Milano nord in un'assolata giornata di aprile. Effettivamente, mi sono detta, cosa si è inceppato nel mio meccanismo? Ho sbagliato strada?
La verità è che quella era solo una battuta. Ma è anche la perfetta sintesi di come oggi ancora si tende a definire una persona single come una che di fatto non è ancora cresciuta. Come se il bollino di persona matura e seria si possa acquisire solo in virtù di un fittizio posto a tavola affianco al tuo occupato. E non da un emerito sconosciuto, con il quale scambiare domande e risposte di rito che dimenticherai a fine pranzo.
Non so perché continui ad esserci questa sorta di etichetta che vuole i single, depressi, tristi ed eterni Peter Pan. Quasi come se fossimo incapaci di assumerci delle responsabilità o degli impegni. O peggio ancora come se fossimo degli irriducibili idealisti. No, aspetta, questo forse è vero. O almeno vale per me. Forse dovremmo iniziare a dare maggior peso al romanticismo realista come insegna uno degli articoli più giù? Forse.
Tanti anni fa iniziai per scherzo questa rubrica su Facebook. Non cercavo risposte al mio essere single o ai miei disastri sentimentali, piuttosto cercavo il confronto con altri amici e altri punti di vista, oltre ad un po’ di empatia con la certezza che la mia storia era ed è quella di tanti altri.
Oggi, 17 aprile, questa newsletter compie due anni. È cambiato il “luogo” dei miei pensieri e delle mie storie ma non l'approccio. Ci sono sempre io senza filtri ma con il doppio dei dubbi. Chi dice che crescendo diventi tutto più chiaro, mente su tutta la linea. Piuttosto si, cresciamo, ma alle domande di ieri se ne aggiungono sempre di nuove. Le risposte invece sono poche e spesso scarne. Nel mentre cerchiamo di arrancare come possiamo, a volte anche illudendoci.
Un po’ come quella ragazza della stazione, quella che non ha tempo oggi per un rapporto. Quante volte ti sei data la stessa risposta? Che sia vero o meno, non mi sento di giudicare chi cerca di sopravvivere come può a una società che ci vorrebbe fatti e finiti e realizzati tutti nel medesimo modo.
Se sopravvivere vuol dire anche dover mentire, quasi sempre a noi stessi, credo sia lecito poterlo fare. Soprattutto in un'epoca che ti vuole per forza accompagnata ai pranzi delle feste comandate.
#ItsFridayImNotInLove

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Curato con passione da Alessia Carlozzo con Revue.